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Neruda

  • Uscita:
  • Durata: 107min.
  • Regia: Pablo Larraín
  • Cast: Luis Gnecco, Gael García Bernal, Mercedes Morán, Alfredo Castro, Diego Muñoz, Jaime Vadell, Pablo Derqui, Michael Silva, Marcelo Alonso, Alejandro Goïc, Francisco Reyes, Emilio Gutiérrez Caba
  • Prodotto nel: 2016 da FABULA, AZ FILMS, FUNNY BALLOONS, SETEMBRO CINE, IN CO-PRODUIONE CON: TELEFÉ, REBORN PRODUCTION
  • Distribuito da: GOOD FILMS
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Film non più disponibile nelle sale

TRAMA

E' il 1948 e la Guerra Fredda è arrivata anche in Cile. Al congresso, il Senatore Pablo Neruda accusa il governo di tradire il Partito Comunista e rapidamente viene messo sotto accusa dal Presidente Gonzalez Videla. Il Prefetto della Polizia, Oscar Peluchonneau, viene incaricato di arrestare il poeta. Neruda tenta di scappare dal paese assieme alla moglie, la pittrice Delia del Carril, e i due sono costretti a nascondersi. Traendo ispirazione dai drammatici eventi della sua vita di fuggitivo, Neruda scrive la sua epica raccolta di poesie, "Canto General". Nel frattempo, in Europa, cresce la leggenda del poeta inseguito dal poliziotto, e alcuni artisti capitanati da Pablo Picasso iniziano a invocare la libertà per Neruda. Ciononostante, Neruda vede questa battaglia contro la sua nemesi Peluchonneau come un'opportunità per reinventare se stesso. Gioca con l'ispettore, lasciandogli indizi architettati per rendere più pericoloso e intimo il loro gioco tra 'gatto e topo'. In questa vicenda del poeta perseguitato e del suo avversario implacabile, Neruda intravede per se stesso dei risvolti eroici: la possibilità, cioè, di diventare un simbolo di libertà, oltre che una leggenda della letteratura.

Dalla critica

  • Cinematografo

    Come nel Pifferaio di Hamelin, il cinema di Pablo Larraín vive di una fascinazione totale e spesso pericolosa per il suo oggetto, come se inquadrare il mondo,  un  mondo, significhi anche introiettarlo, lasciarsene riempire. Lo sguardo che riconfigura il reale non proviene da un fantomatico “fuori”, ma dal suo stesso ventre, là dove si immerge l’occhio larraìniano. E’ l’opera che fa l’autore. Tutto questo per dire che   Neruda , altro grande film del regista cileno, è quanto di più lontano dal precedente  El Club  (che era a sua volta diverso da  No  ), ma funziona allo stesso modo: là era lo sguardo ambiguo e quasi patologico a dire del peccato tergendosi nel peccato, qua è la poesia stessa a contaminare il biopic sul poeta. Un biopic che, come in una pedana mobile, porta avanti il contenuto (l’incorporeo) e indietro il contenitore (l’individuo Neruda). L’uomo si maschera di continuo (per sfuggire alla polizia di Videla), la sua parola invece resta sempre sé stessa. D’altra parte il contenuto di Neruda (l’ottimo Luis Gnecco ) è poesia. Tutto informa: la Storia, i Popoli, i loro oppressori, il film stesso. La forma biopic progressivamente svanisce e nascono altre immagini, infettate dallo sguardo del poeta. Irreali ma definitivamente più vere. Così, la demistificazione della dittatura e della sua retorica mortificante e mortifera, incarnata da un draculesco Videla ( Alfredo Castro ) e dal suo scagnozzo Peluchoneau ( Gael Garcia Bernal ), passa dall’incantesimo di uno sguardo immaginativo, ironico, onirico, libero. Uno sguardo visivamente sostanziato da contrappunti sonori, finti raccordi, continui raddoppiamenti, fondali posticci e atmosfere flou. Al potere politico, esangue e senza immaginazione, si contrappone quello creatore e vitale dell’Arte: l’uno vuole sottomettere, l’altro elevare. La Storia per Larraín è un insanabile scarto tra l’Utopia e la vita (un tema che Jackie svilupperà ulteriormente): quando un’attivista del partito chiede a Neruda se dopo la rivoluzione comunista gli uomini saranno tutti come lei “che pulisce la merda dei borghesi dall’età di 11 anni” o tutti come lui “che fa la colazione a letto e l’amore in cucina”, il poeta resta turbato. L’arte non cambia il mondo, promettendo però di cambiarlo gli dà senso. Ispira, consola e sana. Soprattutto quella civile, come Larraín fa dire al suo narratore, l’ispettore Peluchoneau. Quest’ultimo che vorrebbe arrestare il poeta (pazzia!) è vanitoso tanto quanto il Neruda che vorrebbe farsi arrestare per morire da martire. La Storia ricorderà solo il secondo, Larraín risarcisce entrambi. Perché a differenza della vita, nella poesia – e nel cinema – non esistono personaggi secondari. Ci sono sempre e soltanto uomini.

  • Il Messaggero

    Non pensate che il nuovo film del geniale regista cileno (...) sia una biografia del grande scrittore. Mai rilettura di un personaggio leggendario fu più libera e irriverente. Mai una figura monumentale come quella dell'autore di 'Canto general' è stata insieme evocata e sbeffeggiata, celebrata e reinventata con più estro, divertimento, passione che in questo film inventivo e entusiasmante dalla prima all'ultima scena. Ma anche saldamente ancorato a una realtà storica precisa, malgrado il tono spesso surreale: il 1948, l'anno in cui Neruda, ormai leggenda vivente della sinistra mondiale, è costretto a fuggire dal voltafaccia del presidente cileno Videla. (...) Anche se non è tenero con il protagonista (un rotondo, obliquo, molteplice, meraviglioso Luis Gnecco), 'Neruda' non dissacra e non smitizza. Al contrario. Esalta il ruolo creatore di quel poeta che modella il suo persecutore (un logico, affilato, disperato Gael García Bernal). Fino al lancinante dubbio finale, espresso in quel dialogo impossibile ma vero, una delle mille invenzioni della sceneggiatura di Guillermo Calderón, tra la moglie di Neruda e il poliziotto circa il loro peso narrativo in quella storia. Si pensa a un altro grande esule cileno, Raul Ruiz, a De Oliveira, a Borges e al suo 'Tema del traditore e dell'eroe'. Ma in fondo non servono troppi riferimenti. Come tutti i capolavori, 'Neruda' basta a se stesso.

  • Il Mattino

    Un film eccellente e secondo noi superiore a molti dei sopravvalutati titoli precedenti di Pablo Larraín (...) «Neruda» (...) fa fatica a rientrare nel formato del biopic perché trasforma, sulla scorta della sceneggiatura di Guillermo Calderón, una delle più drammatiche fasi della vita del poeta premio Nobel in un ritratto ambiguo, spiazzante, visionario nonché felicemente estraneo al consueto canone agiografico. (...) Con un furbo guizzo registico, che peraltro combacia perfettamente con la realtà (...), il film dota il protagonista di caratteristiche tutt'altro che sacrali o irreprensibili: grazie anche all'ottima incarnazione di Luis Gnecco (...). Lo scorcio biografico non s'accontenta (...) della vittoria della buona (o presunta tale) politica contro le nequizie della dittatura, ma cerca e ottiene la massima potenza nel transfert finale sulla cordigliera andina degno di un neowestern di Tarantino.

  • La Stampa

    L'impresa temeraria di un film che si fa poesia senza essere banalmente poetico. La provocazione di raccontare eventi notissimi della Storia recente immergendoli in un'atmosfera misteriosa e sospesa, come quella che accompagna la nascita delle grandi opere d'arte. Solo Pablo Larraín, il talentuoso regista cileno (...) poteva dedicare a uno dei massimi protagonisti della letteratura mondiale, un'opera affascinante come 'Neruda', lontana anni luce dalle semplificazioni di un biopic, eppure capace di restituire appieno l'anima controversa del protagonista (...).

  • Il Manifesto

    'Neruda' appare (...) non tanto un biopic quanto un intruglio di elementi diversi, di immagini irrequiete. Nella fase finale, il film si spossessa della logica e arriva a sposare una forma apertamente irrazionale. Che cosa tiene insieme il tutto? Tanto per cominciare, non è certo che il tutto, vale a dire il film, tenga. 'Neruda' ha il merito di far apparire una questione complessa, in cui l'arte è chiamata doppiamente in causa nel suo rapporto con la politica: può la poesia incontrare il linguaggio della politica? Può il cinema mettere in scena questi due linguaggi con quello che gli è proprio? Non è detto che Larraín abbia trovato la forma giusta. Forse, meno che nei tre film precedenti: (...) 'Neruda' è meno leggero del primo. Meno grave del secondo. Meno preciso del terzo. Però, c'è un'idea. Il film la insegue, cerca di esporla, la trova in alcuni punti e poi la abbandona per strada: la voce del poeta. È nella voce del poeta, che non è una voce naturale, che i tre linguaggi potrebbero trovare una forma. La stessa voce che seduce le masse, inquieta i padroni, crea il proprio altro che indaga sul sé. L'idea è bella. Ma appena sussurrata. Forse è giusto così.

  • Nazione-Carlino-Giorno

    Il poeta e il poliziotto: esiste un modo per dire al cinema lo scontro tra lirica e legge, letteratura e politica, libertà e potere? Autore tra i più intelligenti e personali degli anni 2000 (...), Larraín cerca più l'essenza che l'esistenza di Neruda, costruendo una caccia all'uomo come percorso interiore tra l'inseguito e l'inseguitore, infine due parti della stessa medaglia, l'uomo. (...) il gioco al gatto e al topo con il prefetto di polizia trascende i fatti e diventa un percorso metafisico. Titolo aperto, come l'opera, non è un tentativo di biografia, ma una sorta di 'nerudiade', purtroppo afflitta nel finale da prosaiche ripetizioni. Potente la carnalità, la fresca corruttela creativa, del Neruda di Luis Gnecco. Antagonista giusto Bernal.

  • Il Fatto Quotidiano

    Larraín, che è da tempo uno dei migliori registi al mondo, prende a braccetto Arte e Potere ed esplora i territori liberissimi e immaginifici della Poesia: 'Neruda' non è un film sul poeta, bensì un 'Prova a prendermi' off-Hollywood che riscopre l'immaginazione al potere, frullando Fellini e road movie, sesso, sogno e comunismo (...) è il miglior titolo della stagione: non perdetelo.

  • Libero

    Piacerà perché i film di Larraín sono veramente un'altra cosa. Qui alle prese con un biopic su un personaggio di dubbia simpatia ne dà una splendida doppia lettura (da una parte il Neruda nella mediocrità quotidiana, dall'altra come icona da distruggere).

  • Il Giornale

    Avvincente biografia di Pablo Neruda, indomito sporcaccione e beffardo avversario del regime, lontanissimo dal santino ('Il postino') di vent'anni prima. (...) Perfetti il lardoso Luis Gnecco e il grissino Gael García Bernal.

  • Corriere della Sera

    (...) Pablo Larraín ha diretto un altro ritratto storico (...) lontanissimo dai luoghi comuni delle biografie filmate ma capace di aprirsi con una riflessione bella e affascinante sul rapporto tra i singoli e la Storia e sul fascino della narrazione come specchio (e prigione) per i suoi personaggi. Così, invece di inseguire un'impossibile ansia di esaustività si concentra su una piccola porzione di vita (...). Se da una parte la sceneggiatura di Guillermo Calderón racconta con una certa disinvoltura le varie tappe della fuga di Neruda (...) dall'altra la regia di Larraín sembra giocare con questa vaghezza cronologica per spostare l'attenzione dello spettatore sul confronto «a distanza» tra il poeta fuggitivo (Luis Gnecco) e il testardo prefetto di polizia Oscar Peluchonneau (Gael García Bernal). Intanto, qual è la vera faccia di Neruda? La sua vera essenza? II film sembra divertirsi a sottolineare le sue contraddizioni umane e politiche. (...) Larraín, che gioca con il tempo (difficile capire dal film che quella fuga durò 13 mesi) e con lo spazio (cambiando spesso ambientazioni, per finire su una cordigliera innevata che sembra il Montana del vecchio West), trasforma un fatto storico in una riflessione sulla forza della poesia e usa la materia romanzesca del film per continuare la sua ricerca sulla forza dell'immagine e su come l'apparire finisca per dare nuove forme anche alla realtà.

  • L'Eco di Bergamo

    Larraín sceglie (...) un registro leggero, perfettamente in linea con la personalità del poeta che coltivava un lato «bon vivant» con cui affrontava spesso la vita.

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