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Inferno

  • Uscita:
  • Durata: 121min.
  • Regia: Ron Howard
  • Cast: Tom Hanks, Felicity Jones, Ben Foster, Irrfan Khan, Omar Sy, Sidse Babett Knudsen, Ana Ularu, Ida Darvish, Christian Stelluti, Jon Donahue, Xavier Laurent, Mehmet Ergen, Fausto Maria Sciarappa, Cesare Cremonini, Paolo Antonio Simioni
  • Prodotto nel: 2016 da BRIAN GRAZER, RON HOWARD
  • Distribuito da: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA
  • Tratto da: romanzo omonimo di Dan Brown (ed. Mondadori)
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Film non più disponibile nelle sale

TRAMA

Firenze. Robert Langdon si risveglia in una stanza d'ospedale ferito alla testa e stordito; a stento ricorda il proprio nome, non capisce come sia arrivato lì e tantomeno chi abbia tentato di ucciderlo. Barcollante e con la mente invasa da apparizioni mostruose, il professor Langdon ben presto si ritrova al centro di una pericolosa caccia all'uomo e, con l'aiuto della misteriosa dottoressa Sienna Brooks, decide di fuggire...

Dalla critica

  • Cinematografo

    Era dai tempi di Ritratto di signora (1996) che Firenze non ospitava un’importante produzione internazionale, anche se nel caso di Inferno , terzo adattamento big screen di un romanzo di Dan Brown, il rapporto con la città travalica i normali vincoli di ospitalità. La città di Dante non è solo un personaggio tra i personaggi, come pure ha dichiarato il regista Ron Howard, ma l’occulto gps delle sue rotte narrative e la mappa ideale per leggerne i motivi di fondo. Non bisogna farsi confondere dal finto tema portante della vicenda – il problema della sovrappopolazione che nel delirio di un pazzo può essere risolto solo attraverso un genocidio virale programmato – perché come sempre nei testi di Dan Brown, e nelle sue trasposizioni cinematografiche, la questione di fondo resta esoterica e riguarda il rapporto commutativo tra conoscenza e  segreto (o se preferite, visto che parliamo di cinema, tra apparenza e verità). La convinzione cioè che il mondo sia enigma e l’arte il codice per svelarlo. Dopo Da Vinci ( Il codice ) e Bernini ( Angeli e demoni ) tocca a Dante e ai nove cerchi dell’Inferno disegnati dal Botticelli fornire di volta in volta la chiave d’accesso al plot, uno dei più deboli peraltro di tutta la bibliografia di Dan Brown. Di questa trama intricata di frammenti poetici e indovinelli, suggestioni pittoriche e arcani disegni, Firenze è la culla e il cuore: il labirinto dove bellezza e orrore si compenetrano, confondono, rapiscono a ogni passo, e la perfetta scena allegorica, con le sue porte nascoste, i passaggi segreti, gli infiniti giochi di specchi e le innumerevoli forme di vita artistiche che attraversano, lacerano, raddoppiano lo spazio visivo. Da una parte  Inferno  si alimenta quindi di Firenze, dall’altra gli rende il favore alimentandone il mito, restituendone cioè una dimensione “spettacolare” (nel senso letterale di “procurar meraviglia”) che conferisce nuovo splendore alle sue cartoline, da Ponte Vecchio a Giardino di Boboli. L’operazione coglie pienamente l’opportunità territoriale di scambio simbolico, massimizzando l’apporto della location in termini di esotismo e fascinazione e quello del set in favore della valorizzazione turistica della città. Là dove il film convince meno (ma non è una novità per la premiata ditta Dan Brown/Hollywood) è invece nella sua rozza scrittura, dove il ricorso alla cultura alta, pieno di strafalcioni e bugie ma pur sempre meritoria nella cornice di un blockbuster, è anche strumentale alla suspense (come se la possibilità del “thriller”, del “giallo”, giustificassero un interesse per l’arte altrimenti senza cittadinanza), e l’alternanza di colpi di scena e rivelazioni finisce per essere la classica cortina fumogena di un’inventiva modesta. Sotto l’aspetto drammaturgico, Inferno replica il principio elusivo del libro, imponendo a uno spettatore che resta sempre fuori dall’intrigo quesiti e deduzioni senza soluzione di continuità, difficilmente realizzabili, a quel ritmo e con quel grado di intuizione, per una persona normale. Ron Howard dirige con mano sicura anche se i limiti di una regia senza visione emergono tutti quando deve tradurre in immagini oniriche frammenti dell’Inferno dantesco. Tom Hanks ha avuto ruoli migliori in carriera ma è pregevole come sempre. Bene anche i suoi compagni di set, da Felicity Jones che porta in dote alla saga un po’ della sua grazia antica e misteriosa a Omar Sy, finalmente nei panni di qualcuno che non deve ridere per forza ogni due minuti.

  • Il Corriere della Sera

    Un film che si svolge fra due traumi cranici di Tom Hanks non può essere verosimile: neanche un Nobel riuscirebbe a riassumere 'Inferno' (...) Sarà una sceneggiatura, un vero film? Fin che promette il thriller c'è la curiosità dei voltafaccia, ma il film rotola da Firenze a Venezia fino a Istanbul (...). Lungo, ridicolo il pasticciaccio ha solo pregi tecnici e scialacqua dollari ma come se nessuno ci credesse: al pubblico il verdetto.

  • Il Mattino

    Non è che si morisse dalla voglia di assistere al terzo adattamento cinematografico della saga di Dan Brown (...). Una volta garantito al popolo dei fan che l'impianto narrativo e le componenti tecniche (a cominciare dalla fotografia e la musica) di «Inferno» restano sul livello professionale dei prototipi, fa piacere aggiungere che l'eclettico regista Howard riesce quasi del tutto a districarsi dalla succitata e molesta macchinosità sdoppiandosi in due e cioè giocando con una certa efficacia sulle vistose differenze tra la prima parte tutta azione spigliata e spericolata e la seconda che si concentra sui risvolti non banali di una non banale love story. La sceneggiatura, inoltre, consente stavolta al sempre carismatico Tom Hanks di immettere qualche accento più vivido e sincero nel tratteggio delle maxi disavventure assegnate al protagonista Langdon (...).

  • La Repubblica

    Scenari Firenze e Venezia con gran finale arciadrenalinico a Istanbul. Spettacolone, ci mancherebbe, solo che dopo tanta caciara va sempre a finire nello stesso prevedibile modo.

  • La Stampa

    (...) perché mai 'Inferno non dovrebbe conquistare i favori del pubblico? Come i precedenti, il nuovo thriller possiede un sicuro elemento di attrattiva: ovvero pesca a man bassa in quel nostro grandioso passato medioevale e rinascimentale, di cui noi italiani non sappiamo far buon uso. Mentre qui, fra immortali glorie ed efferati intrighi, si prende spregiudicato spunto dal capolavoro del Sommo poeta, che nei secoli ha alimentato la fantasia di tanti artisti, per imbastire un'avventura d'azione in puro stile hollywoodiano. (...) il regista Ron Howard impagina professionalmente la vicenda; e tenta a suo modo di recuperare un registro di inquietante visionarietà, almeno a livello delle immagini da incubo (...) che si affolla no nella testa dello smemorato Langdon. L a colonna musicale di Hans Zimmer sottolinea le atmosfere in maniera fin troppo efficace e Hanks, come sempre, è perfetto.

  • Il Manifesto

    Terzo capitolo della trilogia di Ron Howard dedicata ai romanzi esotico-esoterico-eruditi di Dan Brown, 'Inferno' si presenta come un riaggiornamento non banale della classica avventura turistica-cosmopolita dei tardi anni Settanta, quella con le Ava Gardner e i Charlton Heston di turno a spasso per le capitali europee. Rispetto ai due precedenti capitoli, l'incursione fiorentina di Tom Hanks/Robert Langdon si presenta in contro tendenza. Il protagonista, drogato fino agli occhi e ferito, è in perenne balia degli eventi e raramente comprende cosa e perché gli sta accadendo. La trovata dell'amnesia è retrò e charmant quanto basta e in qualche modo tematizza ironicamente il passare inconsapevole dei turisti statunitensi (e non solo) di fronte a monumenti e opere d'arte di cui conoscono poco o nulla. Per un personaggio solito snocciolare saggezza e nozioni, si tratta di un'inversione di marcia davvero ironica. Ovviamente non dura tanto, ma i flash amnesici, e i capovolgimenti di situazioni, sono piuttosto frequenti e tali da tenere Langdon e lo spettatore in una costante dimensione di incertezza. (...) Howard, che inventa piccoli tocchi di orrore dantesco di notevole efficacia, filma Firenze con grande intelligenza visiva, tale da ricordare il lavoro di Ridley Scott e quello di Vincenzo Natali per la serie 'Hannibal'. Cineasta più a suo agio mentre sperimenta, come nel caso di 'Rush' e 'The Heartof the Sea', Howard confeziona con 'Inferno' un prodotto d'intrattenimento non banale e sopra la media.

  • Il Fatto Quotidiano

    Dan Brown e Ron Howard riuniti per la terza volta non badano a spese per riproporre il noto franchise action-fantaesoterico ispirandosi stavolta all''Inferno' del sommo Poeta: una Firenze da cartolina ospita le gesta e la Film Commission esulta. Frenetico, allucinato, ipercinetico e naturalmente finto come da manuale: 'Inferno' lascia speranza solo a chi, entrandovi, sa cosa aspettarsi.

  • Libero

    Stavolta Robert Langdon, l'eroe dei romanzi di Dan Brown, non è il solito saputello onnisciente, convinto (ha ragione in fondo) di essere sempre un passo più avanti degli altri. Anzi almeno nelle prime scene è parecchi passi indietro. (...) l'attacco di 'Inferno' assomiglia parecchio (è un caso, forse no) a una delle avventure di Jason Bourne. Avventura se possibile anche più pericolosa, perché Langdon di suo non è mai stato un agente con licenza di uccidere, ma uno studioso poco dotato per l'azione. (...) La caccia alla traccia dantesca è lunga e intricatissima (...). Piacerà perché è pur sempre un film di Ron Howard. (...) l'unico uomo al mondo capace di trasformare un romanzo di settecento pagine in un potabile Bigino di appena due ore. Potabile però non significa bello. (...) Certo, mettere Brown sullo schermo gli deve costare una fatica immane. Perché sono intricatissimi, difficili da seguire, appesantiti da trame secondarie, che sulla carta magari funzionano, ma nel cinema sono campi minati. Perché se ad un lettore sfugge qualcosa può sempre tomare qualche pagina indietro e chiarirsi tutto. Lo spettatore di cinema non può voltare, la trama deve essere cristallina, e non lo è, se perdi il filo, la tensione molla. Howard ha fatto un grosso sforzo di enucleazione (solo l'essenziale, via il superfluo) che nella prima parte, quando 'Inferno' è solo trama d'inseguimento, dà i suoi frutti di bella suspense. Ma dalla trasferta di Venezia in poi, la pellicola s'incricca. I fan di Brown daranno subito la colpa a Howard. Balle, è Brown che non è degno del «Ricky».

  • Il Giornale

    Un film di una noia mostruosa, debole nella sceneggiatura, con cervellotiche visioni horror, senz'arte né parte, in alcuni momenti più vicino ad una parodia che a quel genere thriller, riportato, con grande senso ironico, sulla carta d'identità. Certo, preso nella giusta ottica e purché stiate al gioco, questo è un grande parco dei divertimenti, a patto di soffocare qualche inevitabile risata e non vi facciate troppe domande sul come il professor Robert Langdon riesca, così rapidamente, a comprendere misteri e a trovare soluzioni. (...) Per fortuna che alcune spettacolari riprese di Firenze rendono l'inferno un po' più paradiso.

  • Il Messaggero

    L'arte del Rinascimento continua ad essere un codice da decodificare per Dan Brown e il regista Ron Howard lo sa bene, costruendo una prima parte tutta azione e enigmi. Il paradiso, però, arriva con il secondo tempo. Improvvisamente il film cambia tono e stile. Da una caccia al tesoro dentro i segreti della vecchia Italia, il film diventa una storia di coppie alle prese con due declinazioni del rapporto amoroso. La malinconica impossibilità del contatto (come Dante e Beatrice) contro l'amour fou giovane, idealista, così sfrontato da voler contagiare tutto il mondo. Se i primi minuti di 'Inferno' sono macchinosi (ma anche molto divertenti), gli ultimi si fanno intimi, struggenti e in mano ad attori sopraffini. E' qui che viene fuori un cast internazionale vero asso nella manica della produzione con la matura danese Sidse Babett Knudsen e l'inglesina Felicity Jones eccellenti nell'incarnare due tipi di, come direbbe David H. Lawrence, donne in amore. E la sovrappopolazione? E il virus? In un epilogo posizionato in una terra di confine tra Est e Ovest che più attuale non si può (Istanbul), tutto diventa paradossalmente meno infernale e più purgatoriale, nel senso che si esce dalla sala convinti di aver visto qualcosa che non semplifica, attraverso il cinema di intrattenimento, un tema così delicato e spinoso. Nel romanzo Dan Brown è ancora più indulgente nei confronti dei suoi cattivi ragazzi. Qui Howard sceglie per loro una strada più maledetta ma non meno emozionante. Perché è il miglior adattamento da Brown? Perché è tutto più fragile, complesso e dubbioso. A partire da un Robert Langdon smemorato di Harvard interpretato con la consueta umanità e grazia da Hanks.

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